Ignazio Lojacono l’accademico barese dello sport

Ci sono uomini che da soli, hanno fatto tanto per tanti. Sono uomini da ricordare. Ignazio Lojacono è uno di loro. Per lo sport universitario italiano è stato quello che Primo Nebiolo e Artemio Franchi sono stati per l’atletica leggera e il calcio nazionali, restando ai nostri tempi. Barese, per oltre sessanta degli 87 anni di vita ha retto il Centro universitario sportivo da lui fondato nel 1947, a San Cataldo, sotto il Faro. Per trentotto, dal 1957 al marzo 1995, ha governato il sistema sportivo degli atenei italiani, da presidente del CUSI, determinato a fare di ogni CUS un laboratorio di ricerca sull’esercizio fisico e convinto che “il compito fondamentale dell’Università è varcare la frontiera dell’ignoto, aprire nuovi spazi di conoscenza, mettere a disposizione della società ulteriori strumenti di civiltà e di progresso”. Colonna del mondo accademico, il motto del Politecnico di Bari (“de’ remi facemmo ali”) mediato da Dante si adatta perfettamente al suo passato di campione della disciplina remiera.

Classe 1922, figlio del primo sindaco democratico della città post fascista, tre lauree e un’infinità di riconoscimenti. Si fa presto a dire “un grande”: Lojacono è stato di più, lo riconoscono tutte le testimonianze raccolte da Nicola Macina, “Colino”, segretario suo e del CUS, in un volume dal quale la figura di “Don” Ignazio esce viva e vitale, appena velata dalla patina del tempo, dissimulata dalla tonalità seppia di gran parte delle immagini. Valorizzato dalla grafica sempre elegante delle edizioni baresi Gelsorosso, “Ignazio Lojacono. Un esempio da ricordare” apre le sue 226 nitide pagine ai ricordi di rappresentanti del mondo universitario e del management sportivo, di politici, amministratori, dirigenti, parenti, amici. Il libro ed il comprensibilmente emozionato curatore saranno al centro di una presentazione-evento martedì 13 dicembre, alle 15.30, nel Salone degli Affreschi dell’Ateneo di Bari, con interventi delle autorità accademiche e locali, letture e brani inediti eseguiti al pianoforte. Ma il bravo Macina non se la prenderà, anzi saprà di aver colto nel segno, se il protagonista resta l’indimenticabile Presidente, con “il suo messaggio, i suoi insegnamenti”, la “commozione di ricordi che fanno rivivere il passato e ritornare alle persone”, secondo un progetto nel quale l’autore crede fermamente e non da oggi.

Il libro si alimenta dell’attenzione e della cura scrupolosa che Lojacono dedicava a tutti i suoi interessi. Soprattutto, si rivela documento autentico e sincero, non un semplice epitaffio celebrativo. Per primo, il rettore Petrocelli ricorda “Don” Ignazio, il “Presidente dei Presidenti”, rivede la “sua alta figura da gentiluomo d’altri tempi comparire fra le palazzine e le imbarcazioni del Suo regno”, il CUS barese, il “suo piccolo, grande miracolo, costruito nei decenni con pazienza, tenacia, competenza e soprattutto passione”.

E il sindaco Emiliano, suo atleta in un quintetto cussino di basket, nota come “chiunque da noi sia appassionato di sport ne abbia sentito parlare come di una figura mitica. Gli si deve l’intuizione – in anni difficili come il primo dopoguerra – che non c’è sport di eccellenza senza impianti di qualità e il CUS Bari, che a tutt’oggi rimane una delle strutture sportive universitarie più belle d’Italia, un luogo di educazione ai valori nobili dello sport e della vita, un fiore all’occhiello per la nostra città”. Il suo CUS, dove intorno alle palazzine e alle piscine è cresciuto un impianto polisportivo straordinario, che regala alla città una sky line straordinariamente moderna, opposta a quella antica della basilica romanica che sigilla la città vecchia al di là della rada. Insieme diventano una figura retorica, un ossimoro, ma non confliggono.

Poco a poco cresce il ritratto di un uomo vero. Appassionato, coerente, lungimirante. Parsimonioso: il nonno che per una quindicina d’anni si è stabilizzato sulle 50mila lire ai nipoti, per compleanni e onomastici. All’inizio sembrava una gran cifra, col tempo meno, ma lui, fisso, fermo su quella somma. La sua borsa “è stata sempre molto più stabile di Piazza Affari”. Il nipote Nicola, padre Nicola Muciaccia, ricorda un tratto del carattere che ricorre in tante testimonianze: la sobrietà, il sapersi accontentare del giusto, l’attenzione a non sperperare soldi e cose, a sommare prima che sottrarre, ad un unire più che dividere, nella vita, nello sport, nella costruzione del CUS, nella creazione della sua cospicua libreria personale.

Diligente e accurato: il figlio Natale assicura che l’ingente dotazione di documenti e materiale fotografico a corredo del volume deriva dalla “precisione certosina” con la quale il padre conservava gli album. Leader: non bastassero gli anni di conferme ai vertici a dimostrare il carisma del dirigente, ecco in aiuto le centinaia di piccoli e grandi “amarcord” di tutti i testimoni.

E poi l’onestà, l’umanità, la modestia. L’amore per lo sport e l’orgoglio dei risultati conseguiti da giovane atleta. “Attorno a lui fiorivano leggende, fondate sulla realtà ed ingigantite dall’alone di autorità che lo circondava: i suoi successi nel canottaggio diventavano così di livello olimpico ed il numero delle sue lauree (già indubbiamente rilevante) nelle chiacchiere di spogliatoio lievitava ulteriormente a quattro, cinque, sei…”, il rettore del Politecnico, Nicola Costantino, non dimentica il timore reverenziale che incuteva al suo arrivo tra i giovani in piscina o sulla pista d’atletica: “alto, imponente, lo sguardo acutissimo”. E ancora: l’amore per la cultura, ma anche i 36 schiaffi del professore di greco per non aver saputo spiegare l’etimologia della parola teatro, come sostiene la nipote valentia. Nessuno è perfetto.

Pioveva l’11 dicembre 2006, mentre l’Università di Bari, per la prima volta nella storia, inaugurava l’anno accademico in una palestra, quella del Centro Universitario Sportivo. Cerimonia bagnata, cerimonia fortunata e “sogno” tradotto in realtà, quello dell’elegante, atletico, sobrio, costante Ignazio Lojacono, di varcare con lo studio universitario “la frontiera dell’ignoto, di aprire nuovi spazi di conoscenza, di mettere a disposizione della società ulteriori strumenti di civiltà e di progresso”. Sognato e realizzato: Don Ignazio può riternersi soddisfatto e, da lassù, concepire nuovi progetti, altrettanto ambiziosi.

A chi chiederà “chi era?”, nessuno risponderà mai: “c’sa r’cord”. Troppo alto per passare inosservato. Troppo grande per venire dimenticato.

Felice Laudadio
(fonte Repubblica.it)

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